Tema

La biodiversità

Agosto è tempo di viaggi per antonomasia, e noi vi accompagniamo a scoprire angoli e vitigni unici dell'Italia

La ricchezza del nostro paese è anche e soprattutto nella varietà sterminata dei suoi vitigni.

L’Italia fa della propria biodiversità uno dei grandi punti di forza del proprio panorama enologico: se ne contano infatti più di 300 sparsi per tutta la penisola, e se in altri Paesi i 5 vitigni principali coprono più della metà della produzione, in Italia questo numero si ferma appena a un terzo, prova della grande varietà e delle potenzialità del nostro settore vitivinicolo. Questo mese vi accompagniamo ancora una volta in giro per l’Italia a scoprire tanti vitigni, minori e non, che fanno della nostra penisola quello che è.
1.

Dalle alpi agli appennini

È quasi inevitabile partire dalla Valle d’Aosta, non tanto per motivi geografici, ma perché lì cresce un vitigno come il prié blanc, capace di crescere a temperature e altitudini proibitive, all’ombra del Monte bianco. Lì Crotta de La Meurdzîe Vevey Marziano lo cura e coltiva.
A proposito di altitudini proibitive non si può che andare in Valtellina, dove Sandro Fay cura la chiavennasca, più conosciuta in altre zone come nebbiolo: uno dei più grandi vitigni del mondo, delicatissimo e particolarmente esigente per quanto riguarda il terreno e il clima in cui crescere, che sa dare il meglio solo in Piemonte e qui, sui pendii valtellinesi, fino anche a 700 metri e più sul livello del mare. È proseguendo lungo l’arco alpino che arriviamo a vitigni che quasi non parlano più italiano: sono i vini di Gregor Budin, nel carso, a due passi dalla Slovenia, in cui la vitovska, vitigno antico, presente in zona da tempo immemorabile e senza reali paragoni in giro per il mondo, dà uno dei vini più identitari della Venezia Giulia.
Scendendo dalle Alpi e iniziando a percorrere gli Appennini, in Oltrepò pavese incontriamo Mon Carul, che della cura e riscoperta dei vini locali ha fatto una missione. Se l’Oltrepò è terra conosciuta per il suo pinot nero, a noi piace presentarvi tre vini locali, identitari, di grande personalità, dalla bonarda frizzante, al perorossino, al sangue di Giuda, vino dolce frizzante pochissimo conosciuto fuori dai confini lombardi.

2.

I tanti volti dello stivale

La biodiversità non vuole necessariamente dire piccoli vitigni poco conosciuti, però, se è vero che nei colli di Valdobbiadene con Gregoletto incontriamo una delle migliori espressioni di Prosecco, che fa dimenticare in un sorso tanti vini mediocri bevuti negli anni.
Spesso erroneamente paragonato al Prosecco, come ci raccontano Silvia e Cesare in una lunga e bella intervista, è il Pignoletto, vino per eccellenza dei colli bolognesi che Lodi Corazza esplora in lungo e in largo sempre con grandi risultati, dal Metodo Classico, alla punta del Zigant, fino a quello “scherzo” che è Il Dissidente, vino macerato davvero unico e che incarna alla perfezione il lavoro di Cesare.
Il viaggio prosegue tra Toscana e Abruzzo: da un lato con i vini di Fattoria Fibbiano, che da un territorio magnifico ricavano certo grandi sangiovese, ma a noi continua ad affascinare quella colombana che è un vero vitigno ritrovato; dall’altro lato degli Appennini, Ausonia declina sulle colline teramane i vini d’abruzzo, dal pecorino al montepulciano, con un approccio rigorosamente biodinamico.
Arrivati al Sud, in Campania incontriamo il piedirosso di Mario Portolano, mentre nell’agro di Lucera, in Puglia, incontriamo il nero di Troia, vigoroso rosso che dà il meglio nel Nerone della Marchesa, dedicato a quello zio Gino che ha iniziato al lavoro in vigna Sergio, anima de La Marchesa. A pochi chilometri di distanza ritroviamo invece i grandi spumanti d’Araprì, tra le vette del metodo classico italiano, ricavati da uve lontane dai classici della spumantizzazione, come il montepulciano e soprattutto il bombino bianco.

3.

Isole comprese

Infine le isole, grandi e piccole, che a maggior ragione fanno della diversità la propria cifra, isolate come sono e spesso dalle caratteristiche uniche di terreni e clima, che permettono la crescita di vitigni capaci di trovare lì come altrove una casa adatta. Sui pendii vulcanici dell’Etna Salvo Foti raccoglie nel suo Vinudilice tanti piccoli vitigni locali cresciuti spontaneamente in quello che a 1300 metri è forse il vitigno più alto d’Italia, mentre pochi chilometri più in là Murgo, altro bel nome della spumantistica italiana, ricava dal nerello mascalese uno spumante rosé di cui siamo innamorati. A Ventotene, poco più di uno scoglio tra Lazio e Campania, Candidaterra unisce i tipici vitini campani per due espressioni del proprio Pandataria. Infine, in Sardegna le Tenute Perdarubia ci raccontano le loro interpretazioni dei grandi vitigni locali, il vermentino per i bianchi e il cannonau per i rossi, vini sorprendenti a partire dalle vigne da cui sono ricavate, tutte a piede franco.

Ancora una volta, buon viaggio.